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Bellezza & Salute

Ritrovare il proprio spazio fisico e mentale con la psicoterapia

Si tende molto spesso a trascurare il proprio benessere psicologico; esiste ancora, e purtroppo in tanti, la convinzione che chi va da uno psicologo o da uno psicoterapeuta sia “pazzo” e che solo i matti possono beneficiare del trattamento che tali professionisti offrono. In verità, andare da un esperto in salute psicologica non vuol dire essere matti anzi, al contrario, significa riconoscere la salute psicologica importante tanto quanto la salute fisica, poiché entrambe fondamentali per il raggiungimento di un più completo benessere. Godere di un buono stato psicologico, infatti, favorisce la qualità della vita in tutte le sue aree.

Chiunque, in fasi diverse della propria esistenza, può imbattersi in delle difficoltà, le più disparate, non facilmente superabili. La psicoterapia altro non è che un processo che si inquadra in una relazione d’aiuto. La positività dell’intervento psicologico sta nel ritrovare uno spazio fisico e mentale, dove poter portare il proprio disagio, per comprenderlo in maniera più funzionale, riattivare le proprie energie, le proprie capacità, la propria motivazione, alla ricerca di soluzioni che ne permettono il superamento; uno spazio protetto dove potersi raccontare, in un clima di non giudizio, nel quale confrontarsi e trovare punti di riferimento.

psicoterapia e aiutoE’ consigliabile rivolgersi ad uno psicoterapeuta quando ci si rende conto che da soli non si riesce a trovare sollievo da una problematica, quando il problema invade la quotidianità, interferendo nel contesto familiare, nel contesto lavorativo, nelle relazioni, eccetera, quando il disagio aumenta di intensità e frequenza. Si può scegliere se andare da un terapeuta anche se non si soffre di particolari disturbi ma semplicemente per avere delle risposte qualificate a dubbi o per ricevere informazioni su disturbi psicologici. A volte intraprendere un percorso di natura psicologica non significa impegnarsi una serie di incontri che durano anni ed anni, poiché, per talune problematiche, il trattamento è breve e poche sedute sono utili a raggiungere gli obiettivi.

Ed allora, quand’è che andare da uno psicoterapeuta può esserci utile? Quando non si riesce ad essere sereni, nonostante apparentemente va tutto bene;

  • quando si vuole favorire una crescita personale e si vuole raggiungere una migliore consapevolezza di sé;
  • quando si ha un umore “altalenante” e si vuole ristabilire il giusto equilibrio;
  • quando si vuole migliorare la propria autostima;
  • quando si hanno delle paure che limitano nella vita di tutti i giorni;
  • quando non si riesce a risolvere difficoltà familiari, amicali, lavorative, scolastiche;
  • quando si vuole uscire da una situazione di stallo;
  • quando si è vittima di maltrattamento e/o episodi di violenza;
  • quando ci si vuole liberare da ansia, stress, pensieri ossessivi, paure, difficoltà;
  • quando ci si vuole liberare da abusi e dipendenze sia da sostanze che da comportamento.

Abbandoniamo l’imbarazzo, il timore e la vergogna che spesso caratterizzano chi decide di chiedere aiuto ad uno specialista della salute mentale e compiamo la scelta intelligente di prenderci cura di noi stessi.

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Amore

Genitori separati: come favorire la serenità dei figli

Separazioni e figli contesi sono oggi una realtà molto diffusa, situazioni difficili che quasi sempre vanno a discapito del benessere dei più piccoli e indifesi. La separazione dei genitori è, per tutti i membri della famiglia, tra gli eventi di vita più stressanti. I bambini vivono la rottura del nucleo familiare come ingiusta, si sentono tristi e amareggiati.

Spesso provano rabbia verso i genitori e possono ritenere uno dei due colpevole nell’aver determinato questa decisione. Quando una coppia si separa è importante che entrambi i coniugi mettano da parte il loro rancore ed i loro personali interessi per mettere al primo posto i bisogni dei loro figli.

Per alleviare lo stress al quale i bambini vanno incontro è fondamentale che i genitori adottino particolari accorgimenti, di seguito elencati, che favoriscono una migliore separazione:

• Il momento più significativo è comunicare la rottura. E’ fondamentale utilizzare nel colloquio un linguaggio adeguato all’età del bambino e scegliere un momento ed un luogo adatti. E’ importante essere chiari e trasparenti perché i bambini avvertono quando qualcosa non va e il non capire cosa sta succedendo li getta nell’angoscia e nell’insicurezza;

• E’importante comunicare la decisione insieme, in modo tale che il bambino possa vedere l’accordo dei genitori;

• Fornite rassicurazioni sul vostro amore per loro, amore che nessuna separazione con il genitore potrà cambiare;

• Rassicurate sul fatto che la separazione è una decisione vostra e loro non c’entrano (i bambini possono sviluppare un senso di colpa a riguardo, sentendosi loro responsabili dell’allontanamento dei genitori);separazione e figli

• Favorite il dialogo con il vostro bambino aiutandolo ad esprimere ciò che pensa e quali sono i suoi sentimenti rispetto alla separazione;

• Evitate sempre di parlar male dell’altro genitore, di usare i vostri figli come giudici sui comportamenti o come spie contro l’ex-coniuge;

• Non litigate e non alzate la voce davanti a loro;

• Fate in modo che il bambino mantenga il più possibile le sue abitudini (stessa casa, stessa scuola, stesse regole);

• Fate in modo che il bambino veda regolarmente il genitore che non vive con lui e lo senta ogni qualvolta ne ha bisogno;

• Cercate di mantenere aperto il dialogo con l’altro genitore rispetto alla vostra responsabilità genitoriale: prendete insieme le decisioni importanti e laddove il livello di conflittualità lo permetta, cercate di essere entrambi presenti ad eventi in cui il bambino è protagonista.

E’ necessario che la coppia coniugale non dimentichi che in seguito alla separazione resta comunque coppia genitoriale; è fondamentale che entrambi i genitori trascorrano quanto più tempo possibile insieme ai loro figli e che entrambi si preoccupino di fornire le giuste rassicurazioni.

Quando gli adulti si rendono conto di non riuscire a gestire la situazione, dovrebbero rivolgersi, a tutela del bambino, ad uno psicologo o psicoterapeuta che li aiuti a trovare la giusta linea educativa che favorisca la serenità del bambino.

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Bellezza & Salute

Training autogeno: piccoli gesti quotidiani che ci fanno star bene

Nella vita di tutti i giorni ci capita spesso di fare i conti con stanchezza, stress, preoccupazioni e ad un certo punto diventa indispensabile concederci un momento tutto per noi, nel quale mente e corpo possono trarre giovamento rilassandosi. Non molti sanno che facilmente tutti possiamo darci la possibilità di rilassarci, rigenerarci, acquisendo un metodo di grande utilità, usato in psicoterapia: il training autogeno.

Il training autogeno (allenamento che si genera da sé), è un metodo pratico che consiste in una serie di esercizi, da svolgere mentalmente in maniera costante ed autonoma, grazie ai quali è possibile godere di un pieno rilassamento fisico e psichico.

Il metodo è indicato per tutte quelle persone che hanno la necessità e la voglia di acquisire una migliore armonia psico-fisica, per ridurre l’aggressività, migliorare la propria efficienza, per acquisire una maggiore serenità ed un distacco dai problemi, per tutti coloro i quali soffrono di disturbi d’ansia, fobie, disturbi psicosomatici (gastrite, colon irritabile, dismenorrea, tachicardia, ecc.), disturbi della sessualità, disturbi del sonno, in gravidanza, eccetera. Non esistono disturbi che non possono trarne beneficio.

Piccole frasi, ripetute mentalmente, suscitano sensazioni fisiche che permettono di raggiungere uno stato di distensione nelle seguenti parti:

• Muscolitraining autogeno

• Vasi sanguigni

• Cuore

• Respirazione

• Organi addominali

• Capo

Gli esercizi si eseguono in un ambiente accogliente, lontano da stimoli sonori e visivi, con la possibilità di regolare la luce e con un abbigliamento comodo.

Per apprendere il training autogeno bisogna rivolgersi necessariamente ad uno psicologo addestrato all’utilizzo di questa particolare tecnica. Compito del terapeuta è illustrare il metodo alla persona che eseguirà gli esercizi a casa, in piena autonomia, supervisionare di volta in volta il lavoro del paziente e favorire l’elaborazione del vissuto che emerge durante l’esecuzione degli esercizi.

Concludo l’articolo con una massima utile a favorire spunti di riflessione: “Quando non si trova riposo in se stessi, inutile cercarlo altrove”.

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Bellezza & Salute

Pet therapy: i benefici della compagnia di un animale

La compagnia di un animale ha molti vantaggi: gli animali amano incondizionatamente il loro padrone, non lo giudicano, sono pronti a seguirlo e non chiedono nulla in cambio.

La pet therapy non è una novità assoluta e neanche molto recente.

Difatti, già nel terzo millennio a. C., un medico greco diceva che per curare l’insonnia bisogna andare a cavallo.

Da sempre, insomma, l’uomo è consapevole del benefico effetto che la compagnia di un animale può portare alla psiche umana. Anche se le radici di questo tipo di intervento sono lontane nel tempo, la diffusione di questo tipo di terapia è recentissima.

E’ stato solo negli anni settanta che si è cominciato a considerare con attenzione il rapporto uomo animale, sia in campo psicologico che medico. Tutto è nato casualmente dall’incontro tra un cane di uno psichiatra ed un bambino autistico, che iniziando a giocare con l’animale, interruppe  il suo isolamento con il mondo esterno. Da allora la pet therapy ha visto aumentare ogni giorno di più i suoi sostenitori ed oggi è praticata in molti contesti ed in moltissime parti del mondo.

Pet terhapyQuesto tipo di approccio si è rivelato efficace soprattutto come sostegno alla cura della depressione e dell’ansia, ma è utile anche  nei casi di malattie psicologiche più  serie come la schizofrenia.

Gli studi condotti sulle persone sottoposte a questo tipo di trattamento ne hanno ampiamente dimostrato la sua efficacia.

La presenza di un animale, può svolgere la funzione di ammortizzatore in particolari condizioni di stress e di conflittualità e può rappresentare un valido aiuto per pazienti con problemi di comportamento sociale e di comunicazione, specie se bambini o anziani, ma anche per chi soffre di alcune forme di disabilità e di ritardo mentale e per pazienti psichiatrici.

Alcuni studi condotti hanno dimostrato che accarezzare un animale, oltre ad aumentare la coscienza della propria corporalità, essenziale nello sviluppo della personalità, si rivela utile per la riduzione della pressione arteriosa, contribuisce a regolare la frequenza cardiaca, calma la tensione muscolare, riduce l’ansia, attenua la depressione e aiuta a combattere lo stress.

L’animale più adatto per chi soffre di depressione è il  cane, per la sua fedeltà e per l’affetto che questo animale sa dare. Per una persona depressa prendersi cura di un cane, può contribuire a far vincere la sua sensazione di solitudine;è un modo per riempire le giornate vuote; offre spunti di gioco e di conversazione;  col tempo la relazione affettiva che si creerà tra uomo e animale, avrà effetti positivi su tutta l’emotività del paziente.

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Bellezza & Salute

Quando il cibo diventa un’ossessione: riconoscere i disturbi alimentari

Viviamo in una società e in una cultura che privilegia l’apparire piuttosto che l’essere. Siamo immersi in un clima nel quale respiriamo quotidianamente il richiamo ad essere belli, vincenti e a perseguire il successo. Le sollecitazioni dei media in queste direzioni sono martellanti e, per le ragazze, l’ideale di bellezza, omologato a quello di magrezza, è in primo piano. Di fronte agli strumenti deboli che molti giovani hanno a disposizione nel proprio bagaglio emotivo e psicologico, l’adesione a questi modelli appare loro l’unica modalità utile per sentirsi più proponibili e accettabili.

Le principali caratteristiche dei disturbi alimentari possono essere riassunte come segue:

  • Presenza di comportamenti alimentari anormali: digiuni, abbuffate, alimentazione incontrollata (binge-eating);
  • Altri comportamenti anormali quali: vomito indotto, abuso di lassativi o diuretici, eccessivo esercizio fisico;
  • Problemi di salute fisica dovuti ai comportamenti di cui sopra (amenorrea, aritmia cardiaca, ipocalemia, osteopenia, erosione dello smalto dei denti, ecc.);
  • Eccessive preoccupazioni per il peso, la forma e l’alimentazione.

Cibo e corpo sono diventati bersagli per le patologie legate al comportamento alimentare, strumenti alternativi per dimostrare di esserci e ricevere attenzione.

disturbi alimentariI disturbi dell’alimentazione sono diventati il punto di incontro di una serie di difficoltà che si presentano ai giovani d’oggi: dalle ricadute dei miti effimeri della nostra epoca, alla patologia delle relazioni familiari, alle esperienze traumatiche vissute nel corso della crescita, alle aspettative troppo grandi di cui si sentono fatti oggetto.

Non va mai sottovalutato il comportamento di un figlio che inizia a prestare un’attenzione eccessiva a quel che mangia; quando ci si accorge dell’instaurarsi di quella “mentalità da dieta” che avrà come conseguenza inevitabile la restrizione alimentare.

Oltre ai segnali alimentari, sono altri i segni che si possono scorgere nella vita dell’adolescente: l’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo mai vissuti con serenità e motivo, dunque, di continua critica e insoddisfazione; i rapidi cambiamenti dell’umore e l’irritabilità; i sintomi depressivi, come la perdita del desiderio per le amicizie e gli svaghi; i rituali ossessivi, come il lavarsi troppo spesso le mani, la necessità di un ordine perfetto e sempre secondo i medesimi schemi; un’ossessiva esigenza di mantenere un rendimento scolastico a livelli molto alti; l’eccesso di attività fisica.
Situazione indicativa della possibile presenza di bulimia potrebbe essere: una persona che mangia molto ma non aumenta di peso e magari si alza da tavola per andare in bagno dopo il pasto.

Il ruolo dei genitori è determinante nella presenza di patologie legate ai disordini alimentari. E’ necessario che essi rivolgano la propria attenzione alle prospettive dei loro figli: ai loro progetti, ai loro desideri, ma anche, e soprattutto, alle loro difficoltà e mancanza di autostima.

E’ importante che abbiano la consapevolezza che possono essere loro artefici del recupero dei loro figli, gli alleati fondamentali degli specialisti per la cura dei disturbi dell’alimentazione nel recupero da queste gravi patologie. Occorre che considerino quanto i sintomi dei figli altro non sono che la punta dell’iceberg di una condizione che ha radici molto più profonde. E’ a queste che va posta attenzione e non tanto a quello che una ragazza (o un ragazzo) mangia o non mangia. Inoltre, un costante atteggiamento di valorizzazione aiuta i figli a costruire un’immagine interiore di sé positiva, sulla quale trovare appoggio per far fronte ai falsi miti del tempo in cui viviamo.

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Lavoro

Lavoro e aziende: quando l’intelligenza emotiva vale più del QI

Nell’ambiente lavorativo si fa strada, sempre più, la convinzione che l’intelligenza emotiva conta più del QI per determinare chi eccelle sul lavoro.

Sempre più aziende ritengono che l’incoraggiamento delle abilità che appartengono all’area dell’intelligenza emotiva sia una componente vitale nella gestione di una qualsiasi organizzazione. Così come ogni persona ha dei punti di forza e di debolezza nelle diverse competenze, allo stesso modo può averle un’organizzazione.

Di seguito l’elenco delle 11 competenze che rendono efficiente il funzionamento di un’azienda, uno spunto che offre la possibilità di diagnosticare eventuali carenze nella propria.

Autoconsapevolezza emotiva: intelligenza quoziente intellettivointerpretare l’impatto che il clima emotivo esercita sulla prestazione;

Realizzazione: analizzare l’ambiente per rilevare elementi essenziali ed eventuali possibilità di iniziativa;

Adattabilità: essere flessibili di fronte alle difficoltà;

Autocontrollo: dare prestazioni efficaci evitando reazioni dettate dal panico o dalla collera;

Integrità: dimostrare affidabilità che porta un aumento della fiducia;

Ottimismo: essere elastici di fronte agli insuccessi;

Empatia: comprendere i sentimenti ed i punti di vista degli altri (colleghi o clienti);

Sfruttamento della diversità: utilizzare le differenze come opportunità;

Consapevolezza politica: comprendere le tendenze economiche, politiche e sociali salienti;

Influenza: servirsi abilmente delle strategie di persuasione;

Costruzione di legami: stringere forti legami personali fra persone e componenti distanti di un’organizzazione.

Fare attenzione a queste prassi non solo migliora le prestazioni lavorative, quanto rende l’organizzazione un luogo soddisfacente nel quale sia desiderabile lavorare!

 

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Da DNA a donna

Ansia: cos’è, quando diventa patologica e come riconoscerla

L’ansia è una sensazione che in qualche modo accompagna la vita di tutti gli uomini. Chi nel corso della sua  vita non l’ha provata almeno una volta, magari al momento di prendere una decisione oppure nell’attesa di un evento importante?

Esistono due tipi di ansia, una buona, l’altra cattiva, patologica.

L’ansia buona, naturale, è una sensazione che riveste una funzione positiva, importante perché crea motivazione, porta a migliorarsi ed a far meglio. E’ questo il caso dell’ansia avvertita dallo studente che lo spinge a studiare,  prima di un esame, fino alle ultime ore.

Esiste anche un’ansia felice, quando, a farci stare in tensione è il desiderio che le cose accadano presto: l’attesa di un evento gioioso o l’attesa di rivedere una persona cara.

L’ansia, dunque, quando non supera certi livelli, ha una sua importante utilità in quanto serve a mobilitare le risorse personali e ci aiuta ad affrontare nel modo più efficace eventi e situazioni difficili.

Quando l’ansia diventa patologica? Lo diventa quando raggiunge un’intensità ed una frequenza tali da provocare disagi e sofferenze che turbano l’armonico svolgimento della vita. Ci si sente in balia di un qualcosa che ci domina, che è più forte di noi, che condiziona fortemente i nostri comportamenti e ci si sente inadeguati ad affrontare le varie situazioni. Ed ecco comparire la tensione, nervosismo, insonnia, preoccupazione eccessiva per sé e per gli altri, facilità al pianto.

Spesso nella vita di tutti i giorni ansia ragazze pensieroci sforziamo di essere un modello per gli altri, di accontentare tutte le richieste che ci vengono fatte da chi ci sta vicino, una persona sulla quale poter contare.  Ma quando tutto questo ci allontana dai nostri bisogni e desideri, quando ci ritroviamo a fare ciò che si deve e non ciò che si vuole, ecco allora che il nostro corpo si ribella attraverso il suo naturale sistema d’allarme, l’ansia.

Accogliamola, dunque, come un consiglio, una modalità con la quale il cervello ci avverte che qualcosa che non va e deve essere affrontato. Impariamo ad essere noi stessi, con i nostri limiti e le nostre imperfezioni.

Abbandoniamo l’idea della perfezione ma riconosciamoci come esseri “perfettibili”, diamo più spazio ai nostri desideri ed ai nostri bisogni; impariamo a guardare dentro noi stessi e ad ascoltarci di più, diamoci la possibilità di poter migliorare il nostro vivere!

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Da DNA a donna

Violenza sulle donne: ecco i primi passi per affrontarla

Ormai da diversi anni e sempre più spesso, grazie anche a quanto riportato dai media, si sente parlare di violenza contro le donne.

Secondo i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) una donna su cinque, nel corso della sua vita, ha subito violenza da parte di un uomo e molto spesso l’uomo in questione è il marito o il padre.

Qualche giorno fa a Lamezia Terme,  è stata ricordata Adelina, 28 anni,  ragazza uccisa dal fidanzato nell’ottobre del 2011; un mese fa a Palermo muore Carmela, “colpevole” di aver difeso la sorella dalla furia omicida del suo ex ragazzo; a Milano, qualche mese fa, muore Alessia, 25 anni, uccisa a coltellate dal compagno.

Cambiano i nomi, cambiano le città, ma la storia resta la stessa: la violenza di genere è un fenomeno che non conosce né luoghi né tempi. Paradossalmente, le persone per le quali nutriamo più fiducia diventano mostri capaci di uccidere.

Le violenze iniziano subito dopo l’affermazione della propria indipendenza da parte della donna (quando ad esempio si decide di allontanarsi dal proprio fidanzato o marito),  atteggiamento, questo, che destabilizza un compagno insicuro che vive la sua partner come oggetto da possedere e controllare.

violenza sulle donneLa vergogna, la paura, la rabbia verso se stessi, il senso di colpa, non aiutano di certo la donna nel distacco, anzi, lo rendono ancora più difficile. “Dargli un’altra possibilità” diventa molto spesso la soluzione scelta; alle botte si alternano scuse e promesse che portano la donna a credere che un domani sarà diverso, ma purtroppo non è così che succede.

Affrontare situazioni di violenza è complesso  ma si può fare. E’ fondamentale riuscire a parlare con qualcuno che possa capire senza giudicare e che aiuti a superare il senso di colpa, la vergogna e la paura che si accompagnano a questa problematica.

Si può chiedere un confronto e sapere a chi rivolgersi per avere delle risposte, in modo da evitare di affrontare tutto da sola.

Ecco i primi piccoli, ma fondamentali, passi per iniziare ad uscirne:

  • Avere la consapevolezza di essere vittime di violenza;
  • Avere la consapevolezza  che non c’è alcuna spiegazione plausibile che possa giustificare la violenza subita;
  • Avere la consapevolezza che una donna non è  responsabile della violenza che subisce;
  • Parlarne con qualcuno che possa comprendere il disagio e ad aiutare ad affrontarlo;
  • Ricordarsi che c’è sempre un  modo per risolvere le cose.

Invito, dunque,  tutte le lettrici che si riconoscono in questa situazione, a volersi bene, iniziando a fare qualcosa di concreto per se stesse.

 

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Amore

Uomini e donne: sentimenti ed emotività a confronto

Uno degli stereotipi più comuni è che le donne siano emotive e gli uomini no, o che le femmine siano più emotive dei maschi.

In molti pensano che le ragazze siano più capaci di “comprendere” gli altri, che interpretino ciò che accade più col cuore che con la mente, provino più facilmente paura, gioia o altre emozioni e che spesso le provino “per un niente”, e che siano emotivamente più espressive (piangano di più, si agitino, etc.), siano meno aggressive, etc.

Ma è davvero così? Quanto emerge dagli studi effettuati a tal proposito, in parte sfata e in parte conferma lo stereotipo.

Quando sono i soggetti stessi a valutare la frequenza con cui provano una certa emozione, o la esprimono a livello fisiologico, verbale o non verbale, le femmine riportano emozioni più intense dei maschi, una maggiore espressività, una maggiore propensione a condividere le proprie emozioni con gli altri, una maggiore frequenza di eventi interpersonali antecedenti dell’emozione; ma quasi nessuna differenza significativa nel tipo specifico di emozione riportata.

Il grado di espressività facciale è maggiore nelle donne: le emozioni da loro provate sono espresse da maggiore attività dei muscoli facciali e sono più facilmente riconosciute come tali da chi le osserva; nei rapporti interpersonali, le donne sorridono di più, guardano di più, si avvicinano di più all’interlocutore. Le donne, inoltre, risultano essere più capaci di decodificare accuratamente le emozioni negli altri.

Nei maschi si osserva, tendenzialmente, una maggiore reattività fisiologica (ad esempio una maggiore attività cardiaca). Nei bambini, sempre come tendenza generale, non sono presenti queste differenze.

L’interpretazione dei dati sopra menzionati non è difficile: maschi e femmine sono diversi nella misura in cui le emozioni che provano, o che riportano, sono “filtrate” dalle loro modi di pensare le emozioni: differenze individuali e storie personali rivestono certamente un ruolo centrale, ma questi “modi di pensare” prevedono regole diverse nell’esibizione delle emozioni, valutazione diverse degli eventi, modalità diverse di espressione, coping e comunicazione delle emozioni.

Le diversità sono riconducibili ai valori uomini donne rapporti emotività amore sentimenticulturali interiorizzati che definiscono le emozioni in rapporto all’identità di genere e di ruolo sessuale. Le strategie di coping sono molto correlate all’identità di genere (maschile, femminile): così, ad esempio, la distrazione come strategia di coping nei confronti di un evento negativo, quale potrebbe essere la fine di una relazione, caratterizza di più i maschi e le femmine “maschili” piuttosto che quelle “femminili”.

La tristezza, per esempio, più intensa e frequente nelle femmine (ed il fatto che loro ne parlino di più), è spiegabile pensando che la valutazione di impotenza e la tendenza a cedere passivamente ad un evento sono tendenze più accettate per il ruolo femminile, piuttosto che per quello maschile; viceversa, gli episodi di rabbia, l’aggressività, l’opporsi fattivamente agli eventi negativi sono più accettati per i maschi.

Allo stesso modo, l’espressività emotiva è un tratto che definisce il ruolo femminile, mentre la razionalità caratterizza quello maschile.

In sintesi, le ricerche finora condotte dimostrano non tanto che uomini e donne sono emotivamente diversi, quanto che essi aderiscono allo stereotipo che li vuole diversi e ciò in tutti quei casi in cui l’identità di genere influisce sulle emozioni provate e comunicate.

Poiché le emozioni sono processi adattivi e soggetti a regolazione, per comprenderle in maniera adeguata è necessario considerare il contesto sociale e interpersonale in cui uomini e donne le provano e le comunicano.