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Addio a Wislawa Szymborska, la poetessa dello stupore

Il poeta “è scettico e diffidente… nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta, quasi se ne vergognasse un po’”. Secondo la poetessa polacca Wislawa Szymborska è questa la definizione più calzante di quello che non può essere definito neanche un mestiere, ma una inclinazione dell’animo, un’esigenza che, come lei stessa ha testimoniato, non abbandona il designato neanche se questo lavora come dipendente alle ferrovie.

E’ una storia ordinaria quella di Wislawa, morta lo scorso mercoledì a 88 anni, a Cracovia, lì dove era vissuta, si era formata, e aveva ricercato l’ombra dai riflettori, anche dopo aver ricevuto il prestigioso Premio Nobel per la poesia nel 1996, il cui premio il denaro ha devoluto interamente in beneficenza. Era nata nel 1923 a Kornik, era riuscita a continuare gli studi clandestinamente nella Cracovia occupata durante la guerra e nonostante, come detto, lavorasse per le ferrovie, è riuscita a scrivere le sue poesie, così naturalmente come se fosse nata solamente per quello. E’ stata vista qualche volta alla Fiera del libro di Torino e di lei ne parla con affetto il regista turco-italiano Ferzan Ozpetek, che ha incontrato la sua poesia proprio il giorno del suo debutto al cinema con Il Bagno Turco.

Raggiunse la notorietà qui in Italia solo dopo la pubblicazione della raccolta Vista con granello di sabbia per Adelphi. La sua non è la storia di una eroina che combatte a viso aperto contro la guerra e l’orrore, è più la semplice esistenza di una donna, incredibilmente forte dietro l’apparenza diafana, che ha vissuto per la poesia, raccontando principalmente con dolcezza e ironia la finitezza dell’uomo.

Questo concetto, apparentemente pessimista, per lei era assolutamente un dato di fatto poiché tutto ciò che l’uomo poteva possedere era lo stupore, l’incredibile, incommensurabile stupore di fronte ad un mondo che era senza limiti, pieno di scoperte da fare e misteri da svelare.

Eppure per lei l’uomo rimaneva finito, senza nessun futuro e senza nemmeno passato, un essere presente e contingente. Era schiva, delicata, poco nota qui in Italia soprattutto perché non se ne andava molto in giro. La sua poesia, in apparenza semplicissima, deborda in realtà del suo antiplatonismo, ovvero del suo costante e deciso rifiuto dell’esistenza di un mondo, quello delle idee proclamato da Platone, che fosse sempre immutabile e di riferimento per l’uomo. Ricordava per lo più quei sapienti stoici, che con serenità vivono la propria esistenza senza crearsi aspettative o sogni, viveva con gioia l’hic et nunc secondo una sua massima che possiamo considerare emblematica: “Tutto è mio, niente mi appartiene”.

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