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Chiamare vipera la suocera non è un reato

Sentiamo ogni giorno storie di donne o di uomini il cui matrimonio si è trasformato in un’unione a tre, dove a vestire i panni della terza incomoda è quasi sempre la suocera

suoceraQualsiasi cosa si faccia non è mai perfetta come quella che fa la mamma ed inizano così le continue liti che mettono a dura prova la vita di coppia e il matrimonio stesso. Poche sono coloro che riescono ad instaurare con le proprie nuore o i propri generi un rapporto di amicizia e di complicità.

Per tutti coloro che vivono più con la suocera che con la propria metà è arrivata la possibilità di esternare le proprie considerazioni più intime definendo, magari, l’incomoda “ospite” vipera. Usare questo termine colorito oggi è possibile e soprattutto non è reato, a sostenerlo è una sentenza della Corte di Cassazione che ha assolto un uomo siciliano di 45 anni che, durante una lite, si è permesso di paragonare sua suocera ad una vipera.

La Corte ha così deliberato “Se è vero che il reato di ingiuria si perfeziona per il solo fatto che l’offesa al decoro o all’onore della persona avvenga alla sua presenza, è altrettanto vero che non integrano la condotta di ingiuria le espressioni che si risolvano in dichiarazioni di insofferenza rispetto all’azione del soggetto nei cui confronti sono dirette e sono prive di contenuto offensivo nei riguardi dell’altrui onore e decoro, persino se formulate con terminologia scomposta e ineducata”.

 

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Affittare casa ad un clandestino non è reato. Lo dice la Cassazione

La Corte di Cassazione, sez. I Penale, con la sentenza n. 26457 del 18 giugno 2013, ha confermato la sentenza del 15 aprile 2008 con cui si stabilisce che non esiste il reato di favoreggiamento quando si affitta una stanza, dietro compenso, ad un clandestino. Diventa reato se subentra l’elemento soggettivo del dolo specifico, e cioè la sussistenza in capo all’agente, della finalità di ottenere ingiusto profitto dalla condizione di illegalità dello straniero clandestino solo al fine di trarre un profitto ingiusto.

Affittare, quindi, un appartamento o una stanza d’albergo a stranieri non in regola con il permesso di soggiorno ma con un valido documento di riconoscimento, non è previsto dalla legge come reato.affitto casa a clandesini

Ma la Cassazione, con sentenza n. 46070 del 2003, aveva già avuto modo di sostenere che “la concessione di un alloggio ad una persona in condizione irregolare non costituisce reato, a meno che non sia praticato un canone d’affitto esorbitante rispetto al canone normalmente praticato alle persone regolari e quindi non si ricavi in maniera evidente dal comportamento del soggetto ritenuto responsabile che egli sta approfittando della condizione di illegalità di uno straniero e che sta favorendo volontariamente e dolosamente la sua presenza irregolare sul territorio italiano”.

Il T.U. sull’immigrazione stabilisce che “Chiunque, a qualsiasi titolo – sia a pagamento sia gratuitamente a titolo di ospitalità anche precaria – dà alloggio ad uno straniero o apolide, anche se parente o affine, o lo assume per qualsiasi causa alle proprie dipendenze, ovvero cede allo stesso la proprietà o il godimento di beni immobili – siano essi rustici o urbani – posti nel territorio dello stato, è tenuto a darne comunicazione scritta entro 48 ore all’autorità locale di pubblica sicurezza”. “La comunicazione – precisa il comma 2 dello stesso articolo 7 – comprende le generalità del denunciante, quelle dello straniero o apolide, gli estremi del passaporto o del documento di identificazione che lo riguardano, l’esatta ubicazione dell’immobile ceduto o in cui la persona è alloggiata, ospitata, o ove presta servizio e il titolo per il quale la comunicazione è dovuta”.