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Electrolux, stipendi polacchi e fabbriche a rischio

Per mantenere la produzione in Italia, il noto marchio di elettrodomestici ha posto rigide condizioni basate su drastici tagli al costo del lavoro. Le rappresentanze sindacali dei quattro stabilimenti italiani sono sul piede di guerra…

WR_13Stipendi ridimensionati ai livelli polacchi, dagli attuali 1.400 euro a 7-800, tagli lineari sul costo del lavoro per tutti e piano industriale applicato solo a tre stabilimenti su quattro, il che condannerebbe a certa chiusura quello di Porcìa, in provincia di Pordenone. Sono queste, in estrema sintesi, le condizioni imposte dal gruppo industriale per continuare a produrre in Italia. Nelle fabbriche, i cui lavoratori si sono riuniti in assemblea oggi, gli operai annunciano battaglie e scioperi, preparandosi a chiedere un incontro con il premier Letta.

Ancora più preoccupante la situazione dello stabilimento di Porcìa. Mentre per gli altri tre siti produttivi, unitamente ai tagli, si prevede l’applicazione di un piano industriale di rilancio, per lo stabilimento friulano il futuro si fa complicato dato che l’azienda ritiene eccessivi i costi di produzione delle lavatrici, che lì si fabbricano, a fronte della concorrenza dei marchi dell’estremo Oriente come Samsung e Lg.

Le speranze per i lavoratori friulani sono appese all’attesa di «ulteriori potenziali proposte da parte di tutti gli attori coinvolti, che consentano alla fabbrica di colmare i gap ancora presenti» come ha detto il manager di Electrolux Italia Marco Mondini che prevede «non oltre la fine di aprile» l’ultima parola su quel sito.

«Se non succede un miracolo entro aprile – ha detto un anziano sindacalista – Porcìa è persa e a cascata, in due anni, sarà la volta degli altri stabilimenti. La nostra è una flotta con la portaerei e le navi di appoggio se si affonda la portaerei, Porcìa, basta un sommergibile per far fuori tutto il resto».

 

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Industria italiana fra cali e difficoltà: l’uscita dalla crisi è ancora lontana

Non sembra esserci ancora via d’uscita dalla crisi economica per l’industria italiana che secondo i dati Istat non gode di buona salute. A luglio è stato registrato un nuovo calo per ordini e fatturato, su base annua il nono consecutivo per gli ordini e il diciannovesimo per ricavi. L’indice calcolato dall’Istat cala rispettivamente dello 0,7 e dello 0,8%.

Rispetto a giugno, la riduzione del fatturato dipende per uno 0,9% dal mercato interno e per uno 0,6% da quello estero. Gli indici del fatturato hanno il segno meno in diversi settori: i beni di consumo (-1,6%), i beni strumentali (-1,3%) e i beni intermedi (-0,4%).

L’unico segno positivo si registra nel settore energetico (+2,4%). Un po’ meglio anche il fatturato nelle industrie manifatturiere (+1,7%), mentre letteralmente a picco va la fatturazione della Confindustria e Sindacati insieme per rilanciare l'industriafabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-13,1%).

Per quanto riguarda gli ordinativi, nella media trimestrale, gli ordinativi totali crescono (+2,3%) rispetto al trimestre precedente, soprattutto nel settore tessile, di abbigliamento, pelli e accessori (+10,8%), mentre un calo spaventoso interessa la richiesta della fabbricazione di mezzi di trasporto che porta a casa un impressionante -21%.