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Gossip

Jennifer Lawrence sulla sua infanzia: ho sofferto d’ansia e di iperattività

È famosa per la sua eleganza, la sua ironia ed evita ogni atteggiamento da diva, rimanendo con i piedi per terra. Ma, prima di intraprendere la carriera di recitazione, Jennifer Lawrence ha dovuto affrontare ben altre situazioni, diverse dalla fama attuale.

Sul nuovo numero della rivista, “Madame Figaro”, la 23enne ha rivelato di aver sofferto del disturbo di ansia sociale e di iperattività, durante la sua infanzia. Jennifer ha ammesso:

il mio soprannome era ‘Nitro’, il diminutivo di nitroglicerina. Ero iperattiva, curiosa di tutto. Quando mia madre mi racconta della mia infanzia, mi dice sempre che c’era una sorta di luce dentro me, una scintilla che m’ispirava costantemente. Quando ho cominciato la scuola, quella luce si è spenta. Non abbiamo mai saputo cosa fosse, probabilmente si trattava di ansia sociale. Ma avevo degli amici“.

Dopo essersi diplomata, con due anni di anticipo, jennifer lawrenceJennifer potè cominciare la sua carriera da attrice all’età di 15 anni. E ora, pur essendo una delle attrici più famose al mondo, Jennifer Lawrence desidera condurre una vita possibilmente normale.

Ha dichiarato: “uno dei pericoli del cinema è che le cose vadano troppo velocemente. Non voglio bruciare le tappe della mia vita. Voglio una vita semplice e si vede dal fatto che non ho un assistente“.

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Bellezza & Salute

L’ormone dell’amore intensifica i brutti ricordi, la paura e l’ansia

Spesso le delusioni d’amore ci inducono a pensare che “l’amore fa male” e rimuginiamo sull’esperienza negativa, giorni, mesi e anni, prima di riprenderci. Ma tale reazione da “cuore spezzato” non è così tanto anormale, poiché può essere spiegata scientificamente – una nuova ricerca sostiene che l’ormone dell’amore induca a provare sentimenti di affetto, per il partner, e incrementi i livelli di paura e di ansia.

L’ossitocina, popolarmente conosciuta come l’ormone dell’amore, è in gran parte responsabile dell’unione sentimentale di due persone, così come anche del nostro benessere. È la ragione chimica, che si cela dietro i legami sociali, e in ultima analisi – dell’amore.

Tuttavia, la nuova ricerca della Northwestern Medicine®, pubblicata sulla rivista Nature Neuroscience, ha dimostrato che tale ormone è anche responsabile del dolore, a lunga durata. rimpianti vivi vita amore passioneLa ricerca ha comprovato che l’ossitocina ha la funzione di rafforzare la memoria sociale in una regione specifica del cervello, e se un ricordo è doloroso e spiacevole, l’ormone dell’amore non fa altro che “buttare benzina su fuoco”, intensificando quel ricordo.

Inoltre, l’ossitocina accresce la suscettibilità alla paura e all’ansia, quando si è in particolari situazioni di stress.

Insomma, è proprio vero che ogni cosa bella ha i suoi pro e i suoi contro.

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Bellezza & Salute

Tre modi per ridurre l’ansia e affrontare meglio i discorsi in pubblico

Stai per entrare in scena, o stai per tenere un discorso di fronte ad una platea di 100 persone. Le palpitazioni sono a mille? Le tue mani stanno sudando? Respiri affannosamente? Tranquillo, sei un essere umano! La stragrande maggioranza di noi diventa particolarmente ansiosa, quando ci viene chiesto di  parlare in pubblico. Ci sono varie situazioni in cui “soffriamo” di ansia.

Lifehack offre tre semplici modi, per ridurre quelle sensazioni spiacevoli e gestire l’ansia, nel migliore dei modi. Questi metodi sono particolarmente utili per l’ansia anticipatoria, provocata dalla prestazione di parlare in pubblico:

  1. Fare un respiro profondo: è fastidioso quando qualcuno si avvicina e per calmarci, dice la classica frase: “basta fare un respiro profondo”. Ma, in realtà, la banalità del respiro profondo è molto utile, per diverse ragioni. Prima di tutto, fare un respiro profondo stimola il nervo vago, che parte dal cervello e attraversa tutto il corpo.
    Il nervo vago è parte del sistema nervoso ansia-combattere-parlare-in-pubblicoparasimpatico, il sistema che il nostro organismo utilizza per riposare e digerire, a differenza del sistema nervoso simpatico. Così, attivare il nervo vago aiuta a calmarci, rallentando il battito cardiaco. Ciò è particolarmente utile, perché quando si è in preda all’ansia, c’è un aumento della frequenza cardiaca e si diventa nervosi, maggiormente.
    Il miglior modo per attivare il nervo vago è quello di fare un respiro profondo. Un altro beneficio del respiro profondo è valorizzare la situazione presente, senza pensare al futuro;
  2. avere una visualizzazione positiva: quando ci si sente ansiosi a causa di un evento imminente, bisogna avere una visualizzazione positiva, per incrementare la fiducia in sè stessi e tenere a freno i nervi. Immaginare che tutto andrà bene ed essere ottimisti. Non bisogna assolutamente avere pensieri negativi.
    A differenza del respiro profondo, la visualizzazione è una pratica, che richiede più tempo e và praticata giornalmente, prima della performance;
  3. essere realisti: molte volte, presi dall’ansia e da pensieri, perdiamo il nostro punto di vista dell’ansia. Bisogna chiedersi: “qual è la cosa peggiore che può succedere?”. Se la risposta è “potrei morire”, allora bisogna preoccuparsi. Ma, in realtà, possono solo manifestarsi delusioni o imbarazzi, che sicuramente fanno male, ma non uccidono.
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Da DNA a donna

Ansia: cos’è, quando diventa patologica e come riconoscerla

L’ansia è una sensazione che in qualche modo accompagna la vita di tutti gli uomini. Chi nel corso della sua  vita non l’ha provata almeno una volta, magari al momento di prendere una decisione oppure nell’attesa di un evento importante?

Esistono due tipi di ansia, una buona, l’altra cattiva, patologica.

L’ansia buona, naturale, è una sensazione che riveste una funzione positiva, importante perché crea motivazione, porta a migliorarsi ed a far meglio. E’ questo il caso dell’ansia avvertita dallo studente che lo spinge a studiare,  prima di un esame, fino alle ultime ore.

Esiste anche un’ansia felice, quando, a farci stare in tensione è il desiderio che le cose accadano presto: l’attesa di un evento gioioso o l’attesa di rivedere una persona cara.

L’ansia, dunque, quando non supera certi livelli, ha una sua importante utilità in quanto serve a mobilitare le risorse personali e ci aiuta ad affrontare nel modo più efficace eventi e situazioni difficili.

Quando l’ansia diventa patologica? Lo diventa quando raggiunge un’intensità ed una frequenza tali da provocare disagi e sofferenze che turbano l’armonico svolgimento della vita. Ci si sente in balia di un qualcosa che ci domina, che è più forte di noi, che condiziona fortemente i nostri comportamenti e ci si sente inadeguati ad affrontare le varie situazioni. Ed ecco comparire la tensione, nervosismo, insonnia, preoccupazione eccessiva per sé e per gli altri, facilità al pianto.

Spesso nella vita di tutti i giorni ansia ragazze pensieroci sforziamo di essere un modello per gli altri, di accontentare tutte le richieste che ci vengono fatte da chi ci sta vicino, una persona sulla quale poter contare.  Ma quando tutto questo ci allontana dai nostri bisogni e desideri, quando ci ritroviamo a fare ciò che si deve e non ciò che si vuole, ecco allora che il nostro corpo si ribella attraverso il suo naturale sistema d’allarme, l’ansia.

Accogliamola, dunque, come un consiglio, una modalità con la quale il cervello ci avverte che qualcosa che non va e deve essere affrontato. Impariamo ad essere noi stessi, con i nostri limiti e le nostre imperfezioni.

Abbandoniamo l’idea della perfezione ma riconosciamoci come esseri “perfettibili”, diamo più spazio ai nostri desideri ed ai nostri bisogni; impariamo a guardare dentro noi stessi e ad ascoltarci di più, diamoci la possibilità di poter migliorare il nostro vivere!

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Coaching for women

Nutri bene la tua Mente e Cambierai in meglio la Tua Vita – Prima parte

Nei giorni in cui viviamo siamo circondati da stimoli infiniti e continui. La mole è così elevata da non riuscire nemmeno a recepirli consapevolmente tutti. Quelli che assorbiamo ripetutamente, si infilano affettuosamente nella nostra Mente Sub-conscia e a forza di dai e dai diventano, simpaticamente, Convinzioni.

Ora.

valentina giuffrè women coachUn conto è se le convinzioni che cristallizziamo nella nostra mente sono convinzioni utili. Del tipo “faccio bene 5 volte di fila la Quiche Lorraine, tutti mi dicono che sono bravissima a cucinare la Quiche Lorraine e allora mi convinco di esserlo davvero e che diventerò una cuoca provetta.

Diverso è se quel che sento limita la mia vita, convincendomi, ad esempio, di non essere in grado di fare qualcosa e quindi rendendomi sempre più imbranata in determinato campo fino al punto da farmi rinunciare! Che fastidio quando capita! E che spreco! “Il vero io è quello che tu sei, non quello che hanno fatto di te”. Così dice Paulo Coelho nel suo bellissimo libro Veronika decide di morire. Ed ha davvero ragione. Pensateci un attimo.

Noi dobbiamo imparare ad essere CONSAPEVOLI. Consapevoli di quanto c’è nelle nostre testoline: di buono e di efficace. Ma non solo, anche ciò che risulta inutile e depotenziante! E così, così, così… importante essere CONSAPEVOLI di noi stesse.

Quello che vedo io, invece, è quasi un’epidemia: meglio non pensare troppo, non porsi troppe domande e lasciare che le cose accadano! E per quanto? E poi? È inconcepibile per me! E soprattutto è INUTILE!

Donne che soffrono nelle loro relazioni d’amore e non fanno nulla per cambiare la situazione; frustrate nel loro posto di lavoro e che non si impegnano per trovare un’alternativa. O ancora donne che sviliscono se stesse, non esprimendo i propri talenti e la loro vera bellezza, ma appiattendosi dietro una plastica facciale o un marito che le tradisce. Follia pura.

E non ne sto facendo una questione di moralità. Per me ciascuno è libero di fare ciò che crede, nel rispetto della libertà altrui. Io ne faccio più una questione di obiettivo, di scopo. Cosa ci faccio qui su questo benedetto pianeta? A sprecare me stessa e le mie giornate oppure a vivere ogni giorno al meglio che posso, crescendo, evolvendo, usando i miei doni e i miei talenti ed aiutando gli altri!?

Essere sé stesse è molto meglio che essere la fotocopia sbiadita di sé stesse, o peggio, di qualcun’altra!

Spesso le persone non esaminano il perché sono come sono. Molte volte le ho sentite dire: “Io sono così … e basta”. Sono come se avessero inserito il pilota automatico. Questo, grazie al cielo, mi capita di osservarlo sempre meno tra le persone attorno a me. Ma devo confessarvi che in tutti i giri e viaggi intorno al mondo, la mia esperienza è stata maggiormente questa: donne che vivono sulla base di quello che altri hanno trasmesso loro, senza pensare in sintonia con la loro profonda essenza. Le persone non entrano in se domandandosi: “Perché ho questo tipo di pensiero?”. Questa sì che è una buona domanda e dovresti iniziare a portela. “Perché la penso così?” o meglio ancora “Quale beneficio mi porta questa convinzione?

Perché credi ciò che credi? Inizia ad osservare ogni cosa che fai. Perché mangi quel che mangi? Perché cucini quel che cucini? Perché vivi dove vivi? Quali sono le motivazioni dietro le tue scelte?

Se non arrivano dal profondo di te stessa allora penso proprio che valga la pena di farsi delle domande. Con questo lavoro di introspezione, fatto in modo sincero e onesto, puoi ottenere tutto quello che vuoi; perché realizzi, un passo alla volta, che il mondo nel quale vivi non è altro che un ologramma che riflette ciò in cui tu credi.

 

Vale Giuffrè
Success & Styling Coach for Women
www.valegiuffre.it

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Da DNA a donna

Medicalizzazione della maternità: tranquillità o ansia?

Quando, un anno fa, mi sono occupata di medicalizzazione della maternità e del rapporto che intercorre tra gravidanza vissuta come “malattia”, paura e tassi di fecondità, non sapevo che da lì a poco sarei rimasta incinta né tanto meno che avrei sentito sulla mia pancia ansie che non immaginavo, considerate “cose delle altre”, che non mi appartenevano.

A suon di inquietudine che sbatteva da una parete all’altra del mio cervello, ho fornito a me stessa la prova provata che l’esperienza supera di gran lunga la teoria.

Nella mia ricerca avevo accolto la tesi dello statistico Roberto Volpi (2007), secondo cui la medicalizzazione della maternità è uno dei principali motivi per cui oggi le donne la considerano complicata e pertanto fanno meno figli. A dimostrazione della sua ipotesi, Volpi porta l’esempio della Toscana, distintasi tra il 2005 e il 2006 per i migliori servizi di tutela alla maternità ma anche per il più alto tasso di denatalità del Paese. Non mi interessa qui discutere sulla relazione tra medicalizzazione della maternità e scarso numero di nascite, ma fermarmi a riflettere su quanto un’eccessiva attenzione medica alla gravidanza possa portare un surplus di ansie alle future madri anziché tranquillizzarle, minando al contempo la loro autonomia.

donna incinta Che la medicalizzazione della gravidanza sia in aumento ce lo confermano i dati: in Italia, ad esempio, la percentuale di donne che si è sottoposta a più di 7 ecografie è passata dal 23,4% degli anni 1999-2000 al 29% tra il 2004 e il 2005.

A me non succederà!”, dicevo, “Farò solo le tre ecografie gratuite previste”. Macché! L’inciampo si è presentato da subito quando la mia ginecologa mi disse che era molto importante eseguire una primissima ecografia (non prevista) per verificare che la gravidanza non fosse extra-uterina.

Mio Dio! Che ansia! Non avevo considerato questo rischio”. L’ho fatta quell’ecografia, la consigliava Lei… Ma l’ansia vera mista ad impotenza è arrivata quando mi è stato chiesto se volevo sottopormi al bitest. “Il bitest?” L’esame da effettuarsi tra l’11° e la 13° settimana di gestazione (bisogna decidere in fretta!) per valutare una probabilità statistica  ˗non diagnosi!˗ di anomalia cromosomica del feto. Si limita a suggerire, riporto le parole del foglio informativo, in caso di positività, l’eventuale necessità di effettuare test più diagnostici, ecc.

Non avevo considerato neppure questa possibilità. Donna incintaUn figlio affetto da anomalie cromosomiche! E pensare che da quando so della gravidanza ho sempre avuto la netta sensazione che il mio feto fosse legato alla vita con le unghie e con i denti. Che fare? Cosa devo fare?”. “Lo fanno tutte, è consigliato”, mi dicevano in molti. “Fallo”. “E poi? E se la statistica mi parla di un alto rischio di anomalia? Mi devo sottoporre ad un altro esame. E poi?” Tante domande che non facevano che aumentare le mie ansie. “Vedrai che sarai più serena dopo che hai fatto il test”. Ma io ero già tranquilla! Sentivo, sapevo che potevo stare tranquilla.

Alla fine, dopo tanto ragionare, ho preso con fatica la mia decisione, ma solo mia, non condizionata piuttosto confrontata con il mio compagno. Ma intanto una bella dose d’ansia era stata inghiottita. E, pur grata alla ricerca medica per tutti i progressi raggiunti, mi chiedo: “Non sarà un po’ esagerato questo gran affidarsi alla medicina? Dove sta il limite oltre il quale la medicalizzazione non dispensa più serenità ma solo ansie inutili?” Non lo so, in ogni caso rimane nell’aria un senso di insicurezza che le donne, uniche vere protagoniste dell’esperienza di gestazione, vivono quando vengono messe (ma sono abituate a questo!) nella condizione psicologica di non disporre di loro stesse attraverso un controllo esterno, più o meno diretto.