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La bellezza non fa politica. Louise Mensch la nuova vergine di ferro inglese per GQ UK

Quelle volte che mi capita di aprire GQ, mensile dai contenuti normalmente decorosi, malgrado si tratti di roba per maschi dall’ego ipertrofico o in gara per diventarlo, non penserei mai di imbattermi – saltando accuratamente tra una Belen di importazione e gli slanci creativi del Lapo nostrano  – in raffinati corsivi di critica politica o espressioni di pensiero sociale di ampio respiro, come caramelle balsamiche.  E questo anche se, e oltre sarà chiaro il motivo la citazione, lo stesso giornale ha ospitato politici di livello come David Cameron, il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne (carica che risponde ad una funzione tipo Ministro delle Finanze britannico, anche se a me il titolo ricorda piuttosto lo Stregatto) o il sindaco di Londra Boris Johnson.

Louise Mensch E questa premessa dovrebbe aiutare ad intuire lo spessore non tanto della polemica in questione, ma dei suoi toni, a metà tra le lacrimucce di un confessionale in stile “reality” e i siparietti di un varietà del Bagaglino. Ma è un’opinione personale sia inteso. Non so spiegarmi come mai a me GQ faccia tanto maschilismo. Non so proprio. Quei calendari non sono poi nemmeno brutti. Anche se non potranno mai competere con Frate Indovino. Ma questa è una storia diversa. Comunque, come si dice, valga il detto “Paese che vai, specchietti per le allodole che trovi”.

Infatti se prendessimo in mano, anzi se apriste voi, che siete tecnologici, la versione per iPad del GQ inglese (io non lo faccio di certo: anche se non ho ancora capito bene cosa sia un iPad, so leggere la posta sul cellulare da una settimana e questo già mi appaga scientificamente per i prossimi due anni), ecco che scoprireste qualcosa, o meglio qualcuno, che renderebbe banale anche l’allure di supermodella uscita da un qualunque video di George Michael, da sempre estimatore del genere. Trovereste (e io continuo ad ammettere il mio reato di “delega culturale”) il dietro le quinte di uno shooting che fino a qualche tempo fa avrebbe stravolto le coronarie del nostro “Fu-Presidente del Consiglio” (e ci piace ricordarlo così).

Ritratta con una casta e morbidamente executive camicetta in seta (di L’Agence), inguainata da un’ austera gonna in pelle nera (di Dolce & Gabbana, cosa che suggerisce parecchio sulla possibile “pruderie” dell’immaginario), sobriamente pettinata e con un sorriso da presentatrice TV, ecco che si mostra la signorina Louise Mensch, professione politica britannica, per l’esattezza Conservatrice, eletta alla Camera dei Comuni da due anni circa. Per la cronaca quarant’anni e un passato da autrice di romanzi rosa (13 all’attivo), ma non sarebbe rilevante (se non ammettesse poi candida che piuttosto che un Ministero preferirebbe una sceneggiatura cinematografica da un suo soggetto, il che lascia pensare sulla sua passione sociale).

Riassunto del problema. Dice Louise Mensch: “Il mio messaggio politico si perde tra considerazioni sul mio aspetto e sul mio guardaroba”. Punto. Ma anche «Le donne in politica non vengono prese sul serio se sono carine». Pausa un po’ sgomenta e disorientata, la mia. Accompagnata da uno sguardo un po’ vacuo alla Verdone prima maniera.

Poi all’improvviso mi ricordo le parole di una canzone degli anni ’70, di Antoine, per l’esattezza, una canzone che mia madre, donna saggia, mi insegnò ancora prima che sapessi articolare una frase di senso compiuto: “Se sei bello ti tirano le pietre” recita l’allegro motivetto.

Ma anche  “Se sei brutto ti tirano le pietre”. “Qualunque cosa fai ti tirano le pietre” è il crescendo. Sì, credo di aver trovato la chiave di volta della questione. Benedetti i 45 giri.

Ma chi meglio di noi Italiani, costretti alle esternazioni di una Terry De Nicolò, potrebbe comprendere ora quanto il problema sia articolato?

È fastidioso non aver ancora raggiunto il grado di segretario parlamentare permanente” (il primo gradino della carriera di deputato), continua la Mensch. Ohibò. Certo che è fastidioso. E lo è anche essere un’operaia della OMSA di questi tempi.  Ma pare poi che la signorina Mensch abbia dichiarato che questa sua era solo una battuta scherzosa. Per fortuna.

Non cadremo comunque nel tranello infido, che ci vuole, noi donne, le une contro le altre. No. Non ci interrogheremo come hanno già fatto i più sul perché la sua immagine, bella di sicuro, venga pubblicizzata e enfatizzata sul giornale in questione. Certo, se fosse stata italiana avrebbe potuto scegliere Famiglia Cristiana, che si sarebbe adattata meglio ai suoi cinguettii coniugali (e la signorina Mensch ne sa parecchio di come si “twitta”, accusata più volte di iper-presenzialismo sul network, un po’ come alcuni degli amici che ognuno di noi ha, e anche in questo caso di pietre si parla, chi è senza peccato ne scagli una, suvvia). E così dicendo alludo alle dichiarazioni apparse su The Guardian dedicate a come il suo amore per il marito, Peter Mensch, manager di gruppi come Red Hot Chili Peppers e Metallica, si trasformi direttamente in tonnellate di glamour e glitter coniugale. Cose tipo “Lo amo e mi piace vestirmi per lui. Non come una Barbie, ma… il palmo della mia mano suda ancora ogni volta che entra nella stanza”. Ma che vergogna, tra l’altro. A me le mani sudano da sempre e certo non me ne vanto, anzi me le asciugo con nonchalance sui pantaloni sperando che nessuno mi veda, se mi riesce.

Louise Mensch 2Ma tornando all’argomento principale, l’Accusa di Discriminazione – Causa Bella Presenza, non si può non ricordare che la signorina Mensch ha guadagnato molta visibilità di recente, convocata anche nel gruppo di deputati che hanno messo interrogato Rupert e James Murdoch a proposito del famoso scandalo inglese sulle intercettazioni. E per merito, non per accavallamento di gambe. Si legge che per l’Economist sia stata «la sorpresa» dell’audizione, «con domande concise, chiare e mirate».

Quindi non resta che stare a vedere. In fondo la questione è sempre la stessa di altrove: più donne al Governo. Ed era anche negli intenti di Cameron quando scelse la nostra “modella per caso” per inserirla nella lista prioritaria di candidati per il seggio di Crosby.
In definitiva: troppo belle non va bene, troppo cozze e statevene a casa. E sono sempre donne che si pronunciano. Ma qui bisogna che ci si metta d’accordo una volta per tutte, per cortesia.

Ma non si voglia mai che si arrivi a pronunciare le fatidiche parole “In medio stat virtus” (e bando alle battute triviali). Che sarebbero in tanti a volerne di donne medie, non bella, non brutta, discretamente presentabile, intelligente “qb” come fosse il quoziente di sale di un arrosto. Io scriverei pagine di apologia sulla donna media, per carità. Che nemmeno il Rotolone Regina basterebbe. Ma non in questo contesto. Perché qui “donna media” significa “donna che non disturbi”, che non esca dalle righe in definitiva. Ecco cosa sarebbe molto comodo per tutti, ma soprattutto per gli uomini.

Certo, la strada scelta da Louise Mensch sembrerebbe un tantino opportunista, un po’ troppo patinata, un po’ troppo scandalistica. Ma alla fine potrebbe anche avere ragione. Pare che la discriminazione possa trovare residenza ovunque esista un aggettivo che descriva una qualità. Troppo bionda? Troppo bassa? Troppo silenziosa? Troppo chiacchierona? E torniamo ancora ad Antoine e ai sacri versi. Ma come abbiamo detto le donne per prime si aggrappano a questi facili stereotipi, da commedia holliwoodiana e da letteratura per ragazze, e la realtà diventa ancora più paradossale.

Io voglio un mondo governato da donne bellissime e pure da donne orrende. Da donne medie e anche da donne un po’ sotto la media, che non sfigurerebbero comunque. Non cederò al ricatto dell’opportuno. È solo una trappola sessista. Di chi non vuole fastidi.

La signorina Silvani.

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