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Giornata della memoria: gioie e dolori in un racconto di chi ha vissuto quella prigionia!

Spiegare la Shoah, i campi di concentramento e quelli di lavoro forzato in tutte le più svariate sfaccettature è difficile, soprattutto se bisogna usare solo 2500 battute per farlo.

Giornata della memoriaPotrei iniziare con la celebrazione della giornata della memoria, ma tutto sarebbe molto freddo e facilmente reperibile su libri di storia e sul Web.

Certo non bisogna dimenticare che la data del 27 gennaio è stata istituita dodici anni fa proprio per ricordare lo sterminio in massa degli ebrei da parte dei tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale e questa data del 27, rappresenta solo la fine della guerra, quando le truppe sovietiche arrivarono ad Auschwitz e liberarono i pochi superstiti.

Per ripercorrere la storia completa ho pensato di riportare l’intervista fatta a mio nonno, prigioniero nei campi di lavoro di Meppen in Germania.

Quale lavoro facevi prima di entrare in guerra?
Nel ‘42 mi ero arruolato sotto l’arma dei Carabinieri e frequentavo la scuola allievi di Torino, dove soffrivo la fame. Ci davano da mangiare ogni giorno insalata, peperoni crudi e pomodori. Non conoscevo nessuno, ma il mio superiore mi aveva preso a cuore e ogni tanto mi ospitava a casa sua per la cena.

Iniziata la guerra, sei stato subito chiamato a combattere?
No. Ero a Roma al Viminale poiché prestavo servizio come Carabiniere e lavoravo con la PAI (Polizia dell’Africa Italiana), quando, l’8 settembre del 1943, la PAI unita ai fascisti ha fatto prigioniero me e i miei colleghi e ci ha portato in un campo di concentramento a Meppen, in Germania.

Come siete arrivati fino lì? Cosa avete pensato in quel momento?
Ci hanno trasportato con un treno merci e siamo stati senza cibo per tre giorni. Non conoscevo i campi di concentramento quindi non sapevo cosa volessero fare di noi.

Quando hai capito che non volevano uccidervi ma farvi lavorare?
Quando ci hanno chiesto chi sa fare il meccanico?!

E tu cosa hai risposto?
Subito ho pensato che quella fosse l’unica via d’uscita ed ho alzato la mano (anche perchè era il mio ruolo nell’arma), trascinando con me i miei colleghi più stretti. Così, abbiamo lavorato come tornitori dal ’43 al ’45.

Ricordi come si chiamava il campo dove eri stato deportato?
Windorf era il nome della fabbrica dove lavoravamo, eravamo cento uomini e due sole donne polacche che cucinavano per noi. Facevamo i pezzi dei vagoni e delle locomotive dei treni, per permettere lo spostamento in massa di tutti i prigionieri.

Cosa mangiavate? Come vi vestivate? Dove dormivate?
Mangiavamo sempre rape, carote e patate lesse. Dormivamo su letti a castello con materassi di paglia e tra un turno e l’altro di lavoro giocavamo anche a carte. Facevamo turni di otto ore di lavoro una settimana dalle 6.00 alle 14.00 e la successiva dalle 22.00 alle 6.00. Avevamo la nostra divisa, due camice e due magliette che lavavamo ogni otto giorni, da soli; solo una volta i tedeschi ci portarono in un campo distante dal nostro per fare la doccia e ci lavarono anche l’abito. In realtà prima di capire che avremmo fatto la doccia temevamo di  dover esser soffocati con il gas, invece ci facevano disinfettare per paura dei pidocchi.

Come comunicavate con i soldati? Avevate contatti con le vostre famiglie o con altri campi di concentramento?
I soldati conoscevano bene l’italiano ed erano gli unici con cui poter parlare a parte i colleghi, non avevamo contatti con nessun’altro. Il soldato con cui scambiavamo qualche parola in più era in carrozzella: in cambio delle 6 sigarette che ci spettavano giornalmente, ci permetteva di raccogliere le patate dai campi vicini.

Quando siete stati liberati?
Nell’aprile del ’45 i polacchi che lavoravano per gli inglesi ci trovarono. Li seguimmo in Belgio, camminando a piedi per 4-5 giorni con le scarpe di legno e una fame tremenda. Da lì con un piroscafo ci portarono in Scozia e, in 5 giorni di navigazione, ci ritrovammo assieme ad altre 6.000 persone italiane in un campo della cittadina di Katherine, se non ricordo male. Lì finalmente ci han dato da mangiare ed ho incontrato un mio compaesano di Lecce.

Poi che successe?
Venti-trenta di noi furono scelti per esser trasferiti in un’altra cittadina dell’Inghilterra, di cui non ricordo il nome, per lavorare a due scellini la settimana. Lavorammo dal 29 aprile del 1945 al febbraio 1946, poi tornammo finalmente in Italia: con 13 giorni di viaggio in nave e un motore rotto, sbarcammo a Taranto. Sulla nave rividi tutti gli amici che si erano dispersi a Katherine, alcuni di loro erano stati in Africa a prestare servizio. Successivamente da Taranto ci spostammo a Bari per rispondere alle domande che i Carabinieri avevano da porci. Ci accolsero nella caserma Margherita, ma per parecchi giorni non ci dettero da mangiare e, quindi, scioperammo.

Quando sei tornato definitivamente al tuo paese natio?
Sono tornato a San Cassiano (LE) a marzo del 1946 e dopo solo un mese di licenza ero già a Bologna per prestare servizio nell’Arma dei Carabinieri.

C’è stata una nota dolce in tutta questa brutta storia?
Si, mi sono innamorato di una operaia che lavorava per i tedeschi, si chiamava Otti; poi il cuoco tedesco  scoprì la nostra relazione e lo riferì ai soldati che mi punirono con tante botte. Otti non l’ho più rivista…

Qual è invece il ricordo più brutto?
Eravamo costretti a correre molto spesso per via dei bombardamenti e ci nascondevamo nelle campagne limitrofe. Il cuoco tedesco perse la vita proprio in uno di questi bombardamenti: si nascose in una buca creata da una bomba, convinto che non ne sarebbero più cadute in quel punto… non fu così.

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2 Comments

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    vincenzo
    7 Febbraio 2012 Reply

    Bello, interesante, scritto bene: è la storia di tanti soldati italiani che l'8 settembre scoprirono che non esisteva più la patria e re e generali erano fuggiti per primi. il capitano Schettino ha illustri predecessori in casa Savoia. Forse bisogna sottolineare anciora la differenza tra campi di lavoro forzato e campi di sterminio ...

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