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Femminilità strappata, dignità rubata: le donne e la Shoah, tornare alla vita dopo il campo

Oggi in tutto il Mondo si celebra la Giornata della memoria. Tutta l’Italia sa che il 27 gennaio ci sono film, manifestazioni pubbliche e scolastiche, sceneggiati in tv, ricorrenze e riti che in questa giornata ci dovrebbero aiutare a ricordare lo sterminio degli ebrei da parte del regime nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.

E’ dal 2000 che una legge apposita stabilisce che “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.”.

Liliana Segre shoahTutti sanno, ma pochi ricordano. Pochi ricordano cos’era essere lì, cos’era il campo. Cos’era essere privati della proprio dignità di essere umano. Cos’era essere privato della dignità di essere donna. Tutti soffrivano, gli uomini in particolare che erano costretti a lavori molto pesanti in condizioni estreme di malattia, malnutrizione e freddo. Ma le donne erano private del loro essere donna. Erano obbligate a raparsi la testa, per evitare i pidocchi; erano obbligate ad indossare informi camici a righe, per renderle uguali; erano costretta a bere zuppe con dei preparati per bloccare le mestruazioni, metodo geniale secondo i capi delle SS per ridurre la sporcizia e le malattie. Non erano più donne.

Eppure qualcuna è tornata indietro, con un immenso bagaglio di sofferenza, accusata di aver offerto favori sessuali ai soldati per avere salva la vita. Perché se una donna sopravvive è perché ha pagato la libertà con il proprio corpo. Invece no, è stato il caso. La fortuna. Quello che invece queste donne hanno scelto davvero, nella condizione di schiave, è stata la vita. Hanno scelto di combattere per sopravvivere, come racconta Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, dov’era stata deportata a soli 13 anni. Liliana ha scelto la vita, combattendo ogni giorno, ritrovando, una volta libera, la gioia di essere donna, con l’aiuto dello sguardo amorevole di colui che è diventato suo marito.

Ma Liliana ricorda bene, ha tenuto il suo numero liliana Segre giornata della memoria tatuaggiomarchiato sulla pelle, 75190, perché nonostante l’infinito orrore che ha vissuto, è sopravvissuta ed ha ripreso a vivere. Poi c’è Goti Bauer, anche lei sopravvissuta, si è fatta togliere il suo numero, A5372, su richiesta del marito, perché lui pensava che non vedendolo di continuo la moglie non sarebbe continuamente scivolata con i pensieri nel passato. Ma “il numero non è stato tolto – ha detto Goti – perché è marchiato nell’anima, e da lì non può toglierlo nessuno”.

L’umiliazione della vita attraverso l’umiliazione dell’essere donna, questo è stato fatto, senza remore e senza domande. Si è agito, e in poche ore, queste donne, diventavano un numero, senza tempo, senza spazio, senza un passato, perché il ricordo era proibito, senza un presente, perché accettare ‘quel’ presente significava impazzire, senza un futuro, perché ogni giorno veniva ricordato loro che sarebbero morte. Alcune donne sono tornate irrimediabilmente compromesse dalle brodaglie blocca-ciclo, non hanno potuto avere figli. Altre ancora, sottoposte ad asportazioni di organi, private del loro essere donna nel senso più letterale possibile, sono tornate come esseri respiranti, né donne né uomini, ma come si può vivere e tornare all’esistenza dopo un’esperienza così? Eppure qualcuno è sopravvissuto, molti si sono tolti la vita diversi anni dopo, tra questi soprattutto filosofi studiosi e letterati.

Ma tra i sopravvissuti c’era la persona media, che ha scelto la vita, insieme alla proprio incommensurabile e profondissima solitudine, la vita, nel più totale isolamento, la vita, nella totale perdita del proprio essere persona di genere femminile, la vita. Ed è lacerante per chi ascolta, lacerante ed umiliante sentirsi così distanti, non voler sentire, eppure provare l’immensa vergogna di appartenere al genere umano, lo stesso genere che ha creato, organizzato e perpetrato questa immonda sofferenza.

E da donna, legata alla mia immagine specchiata, ai miei capelli lunghi, alla mia possibilità di ridere e sperare, è ancor più tremendo immaginarsi in quelle condizioni e sentirsi colpevole per la propria felicità, vergognarsi della propria libertà. La tentazione di dimenticare diventa grandissima, ma lo sforzo di ascoltare queste donne, sentire cosa raccontano, ci rende consapevoli e soprattutto memori e diversi da quelli che sapendo hanno preferito non ascoltare.

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