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Cresce la crisi, ma aumenta la vendita dei beni di lusso

Nonostante l’approvazione della tassa sull’import-export dei beni di lusso, la vendita di questi articoli non si ferma! La situazione italiana e quella mondiale sembra debba crollare da un momento all’altro eppure, guardandoci intorno, non facciamo che vedere borse Vuitton, pellicce e abiti sfarzosi.

La domanda, allora, sorge spontanea: come fa un italiano medio ad acquistare questi beni di lusso e allo stesso tempo a mantenere la famiglia?

Il mercato dei beni di lusso è un settore molto complicato, si arriva addirittura ad investire in borsa o, nel caso di gente comune, a caricarsi di debiti pur di avere l’oggetto dei propri desideri. Motore di questa economia, non ci crederete, ma è la Cina con Hong Kong come porta d’accesso. La Cina, di cui solitamente sentiamo parlare, è quella delle cianfrusaglie, della tecnologia più strana e delle imitazioni. Proprio da qui parte il percorso degli asiatici. La loro capacità di copiare tutto li ha portati ad essere il terzo paese del lusso dopo il Giappone e gli Stati Uniti.

I consumatori cinesi non sono più High net worth individual (individui di 50 anni con conti sopra il milione di dollari), ma giovani nativi digitali con un’idea dello shopping legata all’esperienza. L’experience luxury, ha infatti surclassato il personal luxury, poiché non ci si accontenta più di avere l’oggetto tanto amato, ma occorre che esso diventi un’esperienza completa da raccontare come un viaggio.

L’80% dei cinesi sceglie il bene di lusso per il marchio e la visibilità del logo sullo stesso. Questa constatazione ha accresciuto un export verso il paese che non teme la crisi o che fa finta di non vederla. Gli imprenditori italiani han pensato bene di aumentare le aperture di flagship store in tutte le parti della nazione cinese, a caccia di clienti “spendaccioni”.

Secondo la società di consulenza immobiliare CBRE, l’84% dei marchi dei beni di lusso di tutto il mondo ha almeno uno store ad Hong Kong.  Settore, però, in cui la Cina è in difficoltà è sicuramente la produzione di tessili dove spesso prevale la qualità e la manifattura italiana. Dai dati I.C.E. risulta che l’Italia è l’ultima nazione che importa filati, mentre la Cina è al secondo posto.

Per chi volesse puntare sui mercati asiatici è importante tenere a mente che la vendita deve essere sempre accompagnata da strategie di marketing con iniziative stravaganti e che racchiudano tutte gli interessi dei clienti. Ad esempio: un connubio tra home decoration e moda sarebbe il punto di partenza per la fidelizzazione del consumatore orientale.

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