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25 novembre, una giornata contro la violenza sulle donne: non basta!

Che domenica 25 novembre, oggi, sia la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne se siamo fortunati lo sappiamo già. Dettaglio più o dettaglio meno.

L’origine della ricorrenza, la storia delle tre sorelle Mirabal, l’ONU e le sue dichiarazioni: questa è la cornice, il punto di partenza  scelto perché in tutto il mondo, e contemporaneamente, ci si concentri su un problema talmente scivoloso che, da qualunque parte lo si prenda, è facilissimo commettere errori e sciorinare liste di superficialità.

Qualcuno dirà “Sono tanti i problemi al mondo”. Sì, certo, rispondo io. Tanti e anche le donne sono tante. Ma questa non è una guerra tra poveri, tra gerarchie di urgenze.

Io sono di Bologna e per una volta posso mettere da parte il complesso della tortellinara che mi si attiva in automatico, malgrado il training di anni, quando mi trovo di fronte a Roma, l’eterna capitale, o alla metropolitana e fashionista Milano, ad esempio. Finalmente uno spontaneo “Evviva” mi esce dal petto. E non perché Bologna sia La Grassa o la Dotta.

Ma perché è di Bologna anche la casa delle donne per non subire violenza,  l’associazione che dal 2006 promuove il Festival La Violenza Illustrata, una rassegna che raccogliendo menti e sforzi da tutta Italia e dal mondo, si concentra per una decina di giorni sull’argomento. E lo fa in tali e tanto variegate maniere che diventa impossibile non recepire qualcosa. Anche non volendo, anche per i più refrattari.

Ma è ormai ovvio che solo le parole, festival violenza donnei buoni sentimenti e propositi, non bastano. L’inferno è lastricato di buone intenzioni, diceva mia nonna, tanto per tenere fede ad una sana abitudine di ricordare quello che mi raccontavano le donne venute prima di me, quelle che ancora abitano e navigano nel mio sangue per dire.

Ho avuto la fortuna, grazie appunto ad una di queste occasioni, lo scorso anno di incontrare e scambiare due chiacchiere con Barbara Spinelli, avvocato che partecipa alla Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione (Piattaforma Cedaw, in gergo) e che, dati alla mano, porta avanti la sua azione e la sua crociata. Uno degli obiettivi è adoperarsi perché si comprenda bene che il “Femminicidio” non è una fissazione di vetero femministe o nuove anticonformiste, tanto per semplificare.

Per chiarire, non trovo niente di meglio da fare a questo che rubare una citazione trovata sull’home page del sito di Ferite a Morte, lo spettacolo che Serena Dandini sta portando in giro per l’Italia (Palermo 24 novembre, Bologna 30 novembre, Genova 9 dicembre). Una “Spoon  River” di donne vere o immaginate che raccontano, dopo il fattaccio, la storia della loro morte violenta:

“Femminicidio: violenza estrema da parte di un uomo verso una donna, perché é donna” (Diana Russel, sociologa, 1976)

Penso che il senso appaia molto chiaramente. E credo che sia altrettanto chiaro che dove occorre fare distinzioni queste vanno fatte. Ma lascio la parola direttamente a Serena Dandini, che nel manifesto del suo spettacolo racconta:

Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti non è affatto casuale. Ormai si parla di femminicidio, ovvero un omicidio di massa del genere femminile…  E’ un fenomeno spaventoso che riguarda milioni di donne in tutto il mondo, un fenomeno spesso taciuto, o peggio scambiato per generico fatto di cronaca, ma stiamo parlando solo della punta dell’iceberg di una più̀ diffusa cultura di violenza contro le donne. Queste morti ‘annunciate’, invece, vengono spesso etichettate come i soliti delitti passionali, fattacci di cronaca nera, liti di famiglia.”

E mettiamoci una mano sul cuore per chiederci noi, per primi, come reagiamo davanti a queste notizie su giornali e telegiornali. Noia? Curiosità da cronaca sotto l’ombrellone? O partecipazione? Continua la Dandini:

“Le donne muoiono principalmente per mano dei loro mariti, ex-mariti, padri, fratelli, fidanzati o amanti, innamorati respinti. Insomma per mano di uomini conosciuti, membri della famiglia, ‘amici’, compagni ‘fidati’, proprio quelli che dovrebbero far parte della cerchia della loro intimità e sicurezza. 

no violenza contro donneIl dato in italia è impietoso: muore di violenza maschile (femminicidio) una donna ogni due /tre giorni(!)…  I centri-antiviolenza… si prodigano con passione, ma sono pochi e hanno finanziamenti a goccia dagli enti locali e dallo stato, un rubinetto più chiuso che aperto… Le leggi ci sarebbero ma non sono applicate… Manca ancora un monitoraggio nazionale che metta insieme i dati delle varie associazioni con gli sforzi dei volontari fai-da-te e con quelli delle istituzioni che a diverso titolo hanno a che fare con la violenza contro le donne: quando non si conosce un fenomeno o addirittura lo si disconosce è impossibile affrontarlo.”

E a proposito di dati, già che stiamo parlando di “Ferite a morte”, consiglio una visita alla pagina Status Quo, dove  si scopre che, secondo i dati osservati dalla Casa delle donne di Bologna (di cui sopra) , stiamo assistendo ad “un’escalation di violenza che conta 877 donne uccise dal 2005 ad ottobre 2012.” O che “Nel 2011 le donne in situazione di violenza intra ed extra familiare che si sono rivolte centri antiviolenza sono state 13.137”.

Posto che nessuno di noi ora sia in grado di trasformare casa sua in un centro di accoglienza per donne maltrattate, ed essendo perfettamente consapevole che molto spesso ci scopriamo in difficoltà anche nell’aiutare efficacemente un’amica che ha problemi con l’ordinario fidanzato, mi chiedo: cosa fare a questo punto per scuotersi dall’immobilità?

Io di mio ho scelto di concentrarmi ad esempio sul linguaggio. Esatto. Quanto racconta di noi il modo in cui usiamo le parole, come le scegliamo. Prestare reale attenzione a quello che si dice è un grande passo per scardinare luoghi comuni dannosi come la gramigna. Potrei aprire un capitolo lungo quanto Guerra e Pace solo esaminando gli appellativi che uomini e donne rivolgono ad altre donne in caso di liti o disaccordi che nulla hanno a che vedere con la morale sessuale, per dirne una.

E se oggi io ci faccio caso è solo perché un’amica, stop violence against womenun giorno, a colazione tra un cornetto e un caffè macchiato mi fece notare come io stessa cadessi – orrore! – in quella trappola sessista. Ma è questione di lana caprina e qui occorre invece essere concreti.

Quindi se proprio non si sa da che parte iniziare, allora usciamo di casa sfruttando l’occasione. Rimando tra i tanti ad un link su Repubblica, che offre una panoramica di iniziative dalle Alpi alle Piramidi.

E gli uomini? Mi viene bene a questo punto, per concludere e perché una passioncella per l’Ispettore Coliandro io ce l’ho sempre avuta, l’accenno (che merita però un approfondimento a parte) ad una campagna su questo tema. Campagna sposata anche questa dalla Dandini e che tanto per cambiare parte da Bologna: tre maschi, tre testimonial del calibro dell’attore Ivano Marescotti, dell’ispettore Coliandro / Giampaolo Morelli, appunto, e dell calciatore Alessandro Diamanti, proclamano a chiare lettere NOI NO e invitano gli altri esponenti del loro testosteronico sesso a fare altrettanto e partecipare alla mobilitazione.

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