Naked, nuda, dènudé, 裸,nackten – in tutte le lingue del mondo per la liberta’ delle donne

Dietro ad una storia ce ne è spesso un’altra, e poi ancora un’altra e chi lo dice che se scavi un po’ non finisci per trovare qualcosa di diverso? Ed è come una matrioska russa anche questa ultima notizia, diffusa qualche giorno fa, in occasione della festa della donna, mentre appunto noi ci preoccupavamo delle mimose e della Carfagna. Forse per questo che in Italia la cosa è arrivata accompagnata da un po’ di confusione superficiale.

Dipanare la matassa richiede un po’ di pazienza, ma una donna di pazienza in genere ne ha, quando serve. Magari non il tempo, ma la pazienza sì.

Quindi partiamo dal Primo Livello: il Video. Apparso in rete qualche giorno fa, un video in bianco e nero, registrato senza troppi fronzoli, mostra alcune “tranquille” donne iraniane, rifugiate in Europa, mentre nude dal busto in su lanciano con calma evidente la loro denuncia contro le violenze morali e a volte fisiche a cui vengono sottoposte le loro sorelle di genere in patria, sotto il regime di Ahmadinejad.  

 “Credo nell’uguaglianza uomo/donna”, “I miei pensieri, il mio corpo, la mia scelta”:  nessuna di loro ha il fisico di una modella, anzi, e c’è da dire che per noi abituati all’asettica cultura del ritocco di Photoshop che leviga, armonizza, censura, queste immagini sono quasi imbarazzanti. Non è opportuno – ognuna di noi lo sa bene e magari ne soffre – mostrare un corpo che non sia perfetto o in forma, per via della palestra, di madre natura o dell’età.

I commenti comuni? Sconcertante come le donne siano le prime ad attaccare questa forma di protesta giudicandola esibizionista o narcisista. Accuse di strumentalizzazione, di ricerca di un linguaggio sensazionalista dove non ne esiste necessità.  E nessun pensiero forse al fatto che il vecchio “Io sono mia” ha un senso ancora oggi, se gettato in faccia, con semplicità inusuale come accade qui, a chi continua ad alimentare consuetudini e leggi castranti. Niente a che vedere con la volgarità aggressiva di certa propaganda a cui siamo assuefatti (e non solo in Italia).

Pare che l’Iran non sia un paese così libero come sembra o ci lasciano credere. E anche se non è qui la sede per valutarlo, aggiungo la dichiarazione al riguardo di una di loro, Elia Tabes,  trovata in rete: “Ho lasciato l’Iran tre anni fa per motivi diversi. Ero vicina agli attivisti di sinistra della mia università che lottavano in difesa dei diritti umani. E, vista la repressione, non mi sentivo più sicura”.“O nelle scuole o nei ristoranti, le donne sono sempre trattate come cittadini di seconda classe”, aggiunge, “Ti dicono cosa indossare e cosa non indossare, e la società ti considera come un oggetto sessuale. Il governo controlla anche la vita sessuale. Se si hanno rapporti fuori dal matrimonio si può essere puniti con la lapidazione.”

Ma ecco il video, cui è anche collegata una pagina Facebook a cui aderire per supportare la protesta

Senza contare che lo spogliarsi di propria volontà – fuori dai cartelloni o dallo sguardo di una cinepresa commerciale- sta diventando una ribellione non più tanto strana sullo scenario internazionale. Ricordiamo ad esempio l’artista cinese Ai Wewei, denudatosi da uomo per denunciare la mancanza di libertà in Cina.  Ovviamente contestato come propagatore di pornografia è stato immediatamente appoggiato “dalla Rete”. E poi le Femen, il collettivo di donne ucraine che scendono in piazza per protesta più o meno come mamma le ha fatte nelle principali capitali europee.

Arriviamo così al Secondo Livello della notizia: insieme al video, un CALENDARIO, il Nude Photo Revolutionary Calendar, ideato da Maryam Namazie, portavoce dell’associazione “Equal Rights Now” e attivista contro la discriminazione in Iran e non solo. Dodici scatti di nudi femminili “rivoluzionari” da tutto il mondo. Nel gruppo delle ritratte ci sono Anne Baker e Poppy Wilson St James (madre e figlia), l’insegnante Luisa Batista,  Amanda Brown, le blogger atee Greta Christina e Emily Dietle, attivista di FEMEN (vedi sopra) Alena Magelat, la fotografa Mallorie Nasrallah, l’attrice Cleo Powell, Nina Sankari , la scrittrice Saskia Vogel e Maja Wolna.

“Dal momento che l’islamismo, come le altre religioni, è ossessionato dal corpo delle donne, che vuole vedere velato, legato, imbavagliato” scrive Maryam Namazie sul suo blog freethoughtblogs.com/maryamnamazie, “la nudità può da sola rompere i tabù ed è un’importante forma di resistenza”.

“La donna è il vascello del demonio” non è solo una battuta tratta dal Nome della Rosa di Umberto Eco (che a sua volta chissà da dove la ha presa): è spesso una sottile convinzione nemmeno troppo nascosta. E parlo molto seriamente: ogni volta che noi attribuiamo ad una donna per partito preso poteri manipolatori manifestati attraverso la sessualità e la bolliamo con i facili epiteti a cui siamo abituate, allora siamo figli di questa credenza.

Blogger EgittoA  curare la parte di immagine del Calendario, Sonya Barnett, una grafica di Toronto, che ci riporta al Terzo Livello della notizia: l’azione dello scorso novembre della blogger egiziana Aliaa Magda Elmahdy,  mostratasi senza veli, ma con un paio di scarpette rosse, sul suo blog e ovviamente sui social network, nel nome della stesso urlo di protesta. Laddove in Egitto il corpo nudo della donna è commercializzato ovunque.

“Ho sentito che le donne dovevano alzarsi in solidarietà ad Aliaa” spiega Sonya Barnett, “Ci dev’essere voluto tantissimo coraggio per fare quello che lei ha fatto, e le conseguenze potranno essere dolorose. Ho pensato che avesse bisogno di sapere che ci sono moltissime altre donne come lei, che vogliono superare i limiti imposti per denunciare un oltraggio”. Per la ventenne  Aliaa infatti non solo giudizi pesanti e superficiali che lascio immaginare, ma minacce di morte, ovviamente nel suo Paese.

E non dimentichiamo che il Calendario nasce anche per appoggiare l’attrice iraniana meno famosa Golshifteh Farahani, bandita dall’Iran per aver posato senza veli per un progetto di Madame Figaro contro la violenza femminile.

Qui il bellissimo video, molto più patinato di quello delle signore di cui sopra, ma che non gli ruba nemmeno un millimetro di spessore.

[attention]PS
Una curiosità, a questo proposito, in rete ho trovato anche un articolo dallo spiritosissimo titolo “tira-piu-una-blogger-egiziana-di-un-carro-di-buoi”: a voi indovinare il sesso del giornalista, e la sensibilità delle sue osservazioni…[/attention]

 

3 Comments
  1. matt berninger's girl
  2. christabella
  3. Klesk

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